Familiar Touch , ed è probabile che moltissimi di voi non ne abbiano mai sentito parlare. Non stupitevi: negli Stati Uniti ha incassato appena 691mila dollari, un numero da microscopico film indipendente. Eppure è uno dei debutti alla regia più premiati della Mostra di Venezia degli ultimi anni: tre riconoscimenti nel 2024 , tra cui il Leone del Futuro per la miglior opera prima, il premio Orizzonti per la miglior regia, e quello per la miglior interpretazione femminile a Kathleen Chalfant.
La regista, Sarah Friedland , al suo esordio nel lungometraggio dopo un percorso da documentarista, costruisce la storia attorno a Ruth Goldman, ottant’anni, interpretata da una straordinaria Kathleen Chalfant . Ruth soffre di demenza senile causata dall’Alzheimer, e la vediamo prepararsi con cura maniacale – cucina con amore, si veste come per un incontro speciale – convinta di aspettare un pretendente. In realtà sta per essere trasferita in una struttura per anziani e l’ospite che arriva è suo figlio, che lei scambia sistematicamente per un amante. È una narrazione tanto semplice quanto emotivamente devastante: non ci mostra la malattia dall’esterno, come uno spettacolo di sintomi da osservare con pietà , ma ci fa vivere, per novanta minuti, dentro la percezione confusa – e allo stesso tempo vivissima – di chi la sta attraversando.
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C’è un dettaglio produttivo che merita a mio avviso di essere raccontato per quello che è risultato essere il rigore morale che lo sostiene. Il film è stato girato in collaborazione con una vera struttura di assistenza per anziani, la Villa Gardens Continuing Care Retirement Community. Gran parte dei residenti che vediamo sullo schermo interpretano semplicemente se stessi, m a Friedland ha scelto di escludere deliberatamente dalle riprese i pazienti affetti da demenza o gravi problemi di memoria . Il perché è semplice… ha ritenuto non etico coinvolgerli in un progetto per cui non avrebbero potuto dare un consenso realmente consapevole. È una decisione che per quanto possa sembrare scontata e naturale, non lo è. Ricordiamoci che siamo in un’epoca in cui la ricerca di "autenticità" spinge spesso i registi a sacrificare proprio le tutele più elementari verso i soggetti più fragili. Qui succede l’esatto contrario.
L’aspetto più audace del film, quello che la maggior parte del cinema sulla vecchiaia evita accuratamente, riguarda la sessualità di Ruth. Friedland non desessualizza la sua protagonista solo perché è anziana e malata: Ruth resta un corpo che desidera, che cerca il contatto fisico, che prova ancora piacere . I l film – non a caso intitolato "Familiar Touch" – costruisce quella che potremmo anche definire come una coreografia di gesti quotidiani in grado di portare alla luce questo bisogno di contatto che la nostra cultura tende a considerare esaurito oltre una certa età. È un territorio che il cinema espolare raramente con questa delicatezza.
Non è un caso che il film funzioni attraverso questa "freccia" emotiva: Friedland ha cominciato a scriverlo subito dopo la morte della propria nonna, che aveva convissuto per anni con la demenza senile. Inoltre, aveva lavorato personalmente come assistente per alcuni artisti newyorkesi con problemi di memoria. Non siamo quindi di fronte a una produzione macchiettistica con il fine ultimo di portare sullo schermo un esercizio di immaginazione a distanza. Siamo di fronte all’espressione di materiale vissuto, filtrato attraverso uno sguardo che ha imparato sul campo come si sta accanto a chi perde pezzi di sé senza perdere, per questo, il diritto a essere trattato come una persona intera.
Per bilanciare l’entusiasmo, va detto anche che gli ingredienti narrativi del film sono ridotti volutamente all’osso e che alla lunga la scelta di minimalismo può risultare un po’ esile, quasi povera negli eventi mostrati . È un film che vive quasi interamente sulla performance di Chalfant e sulla delicatezza dello sguardo registico, più che su una struttura drammaturgica solida: chi cerca una trama con sviluppi consistenti potrebbe uscirne con la sensazione di aver visto poco, anche se quel poco è girato con grande cura.
Familiar Touch non è un film per chi cerca intrattenimento nel senso classico del termine. È un film per chi ha un genitore, un nonno, o semplicemente la curiosità di capire meglio cosa significhi davvero abitare una mente che si sta lentamente disorientando senza per questo smettere di sentire, desiderare, cercare calore umano. In una serata di palinsesto dominata da action di seconda mano e commedie già viste decine di volte, avere la possibilità di guardare uno dei film più delicati e coraggiosi realizzati di recente sulla vecchiaia è un’occasione che capita raramente. Approfittatene.
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